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11/07/2008 Lezioni di vita...Purtroppo per via di soli due secondi oltre il limite minimo Oscar Pistorius non ce l'ha fatta a qualificarsi per le Olimpiadi di Pechino... riporto qui quest'articolo che è stato pubblicato prima della sua prova per la qualificazione. Dalla vita di questo giovane atleta c'è solo da imparare...
INCONTRO CON IL CAMPIONE DI ATLETICA CHE IN QUESTI GIORNI PUBBLICA L’AUTOBIOGRAFIA
IL FAVOLOSO MONDO DI PISTORIUS A 11 mesi ha subìto l’amputazione delle gambe. Poteva essere un trauma, invece è l’inizio di un miracolo in cui l’handicap è una forza in più. «Perché la volontà conta più del corpo». «Se Dio mi chiedesse: "Oscar, posso ridarti le gambe: le vuoi?", io dovrei rifletterci. Non risponderei subito di sì. Perché in realtà non mi sento affatto fregato dalla vita. Se avessi avuto le gambe, non sarei diventato l’uomo che sono, credo che non avrei avuto questo stimolo a superare me stesso e diventare un atleta. Sarei come un sacco di altri ragazzi, che si impigriscono. Forse non avrei mai scoperto il mio potenziale e avrei avuto una vita più ordinaria». Il racconto della favolosa vita di Oscar Pistorius, uomo e atleta fuori dal comune, comincia con queste parole, che il lettore troverà nel libro Dream Runner - In corsa per un sogno pubblicato da Rizzoli proprio in questi giorni e che Famiglia Cristiana presenta in anteprima ai suoi lettori. Parole toccanti e profonde, riflesso di una storia che ha il sapore della favola, del miracolo diventati possibili non nonostante l’handicap, ma, paradossalmente, anche grazie all’handicap. Oscar Pistorius nasce il 22 novembre del 1986 a Johannesburg, in Sudafrica. È il padre il primo a rendersi conto che qualcosa non va: al neonato manca il perone, è necessaria l’amputazione. A questo punto entra in gioco uno dei protagonisti di questa favola dei nostri tempi, la famiglia Pistorius, per la quale l’espressione "non posso" è bandita dal vocabolario. Papà e mamma – il fratello maggiore Carl era piccolo, la sorellina Aimée arriverà dopo – prendono in mano la situazione senza vittimismo, cercano le soluzioni migliori, a 17 mesi regalano al figlio le sue prime protesi, ma soprattutto gli insegnano a considerarsi un bambino normale. «Prima ancora di imparare a parlare», ci racconta Oscar, «ho capito che il concetto di normalità o disabilità sono del tutto relativi. Da solo, non avrei mai maturato questa convinzione: lo devo alle persone che mi sono state vicine, in particolare, ai miei genitori, a mio fratello e mia sorella». La madre gli scrive una lettera, da leggere quando fosse diventato grande: «Chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare, e non prova nemmeno a correre». Oscar la prende alla lettera e diventa «un selvaggio». Gioca, corre, si diverte. Ogni tanto le protesi si rompono e bisogna sostituirle. L’attività sportiva è un pilastro del sistema educativo delle scuole frequentate dal ragazzo. «Lo sport mi ha sempre spinto a crescere, a superare i miei limiti», dice Oscar, «per questo penso che tutti dovrebbero praticarlo fin da piccoli». Si appassiona al rugby e alla pallanuoto, mentre l’atletica lo attira molto meno. Mette un’energia speciale in quello che fa, vuole dimostrare a sé stesso e al mondo che quel vuoto, riempito da due protesi, non gli impedisce di assecondare i suoi sogni. «Se fossi nato "perfetto" non avrei mai fatto tutti questi progressi. L’handicap mi ha reso più forte, mi ha dato qualcosa in più, piuttosto che qualcosa in meno: la volontà conta più del corpo che il destino ti assegna. Tanti ragazzi normodotati hanno tutto dalla natura, ma sono senza volontà e non si impegnano». Arrivano momenti duri. Nel marzo del 2002 perde la madre, a cui era affezionatissimo. Nel giugno dell’anno seguente, giocando a rugby, subisce un grave infortunio. «Ho pensato che da quel momento in poi la mia vita superattiva, in cui lo sport era tutto, avrebbe subìto una svolta». E così è stato, ma non nel senso in cui temeva Oscar. La fisioterapia lo costringe a lunghe sedute di atletica, l’odiata atletica! Scherzi del destino... Così, per puro caso, Pistorius si scopre dotato di qualità straordinarie. Su speciali protesi da corsa, mentre si allena per la riabilitazione realizza tempi eccezionali, veri e propri record per lo sport paralimpico (per atleti disabili). Da quel momento tutto accade molto in fretta. Solo otto mesi dopo gareggia alle Paralimpiadi di Atene 2004 nei 200 metri. Pieno di paura, annichilito da mostri sacri dello sport, stecca la partenza, ma riesce comunque a vincere, stabilendo il nuovo record di categoria... Un trionfo del genere avrebbe appagato chiunque, non Oscar Pistorius. «A quel punto mi è venuta voglia di confrontarmi con gli atleti normodotati, perché non mi considero né un atleta disabile né un atleta normodotato, bensì un atleta e basta, e come tale gareggio con chiunque, cercando di superare ogni volta il mio limite. Preferisco arrivare secondo avendo migliorato il mio tempo, che vincere con un tempo peggiore al mio record personale». Il 13 luglio del 2007 anche questo sogno diventa realtà: Oscar è in Italia, a Roma, per gareggiare sui 400 metri in una competizione non riservata ai disabili. E arriva secondo! A quel punto, però, il mondo dell’atletica comincia a guardarlo con sospetto. La federazione internazionale commissiona uno studio all’Università di Colonia, dal quale emergerebbe che l’utilizzo di protesi da corsa garantisce un vantaggio tecnico. Si scatenano polemiche e dibattiti: chi tira un sospiro i sollievo, chi s’indigna. E Oscar? Fa ricorso. La recente sentenza del Tribunale di Losanna, che riconosce la parzialità dei test di Colonia (avevano dimenticato i possibili svantaggi delle condizioni di corsa di Pistorius), riapre i giochi: Pistorius può competere con gli atleti normodotati. «Non è stata una mia vittoria personale», dice Oscar, «ma una vittoria di tutti, dello sport in quanto tale, contro ogni discriminazione». Il sogno continua. Pistorius in queste settimane sarà a Milano e a Roma per partecipare ad alcuni meeting di atletica, dove cercherà di realizzare i tempi necessari per qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. «È una sfida molto difficile. Mi sto allenando duramente e pregando». Comunque vada, è un campione.
Paolo Perazzolo
PIÙ FORTE DI OGNI OSTACOLO
1986 Oscar Pistorius nasce il 22 novembre a Pretoria, in Sudafrica. La grave malformazione agli arti inferiori (sono assenti entrambi i peroni) costringe i medici ad amputargli a soli undici mesi di vita entrambe le gambe. Negli anni del liceo pratica il rugby e la pallanuoto. Dopo un infortunio, passa all’atletica per motivi di riabilitazione. Alla fine, decide di dedicarsi completamente a questa disciplina.
2004 Alle Paralimpiadi di Atene vince il bronzo nei 100 metri e l’oro nei 200, battendo atleti ben più quotati di lui, e con il tempo di 21’’97 stabilisce il nuovo record mondiale.
2007 Gli organizzatori del Golden Gala di Roma lo ammettono a gareggiare con i normodotati sui 400 metri. Pistorius ottiene la seconda posizione.
2008 Il 13 gennaio, la Federazione internazionale di atletica leggera (Iaaf) respinge la sua richiesta di correre contro i normodotati alle Olimpiadi di Pechino 2008, sostenendo che, con l’uso delle protesi in fibra di carbonio, Pistorius avrebbe un «vantaggio meccanico di più del 30 per cento» rispetto agli avversari. L’atleta non ci sta e presenta ricorso.
Il 16 maggio il Tribunale di arbitrato sportivo (Tas) di Losanna sovverte la decisione della Iaaf e dà ragione all’atleta, stabilendo che «al momento non ci sono elementi scientifici sufficienti per provare che Pistorius ottenga dei vantaggi dall’uso delle protesi». Se riuscirà a qualificarsi, Pistorius potrà gareggiare con i normodotati alle Olimpiadi di Pechino.
«UN ESEMPIO PER TUTTI, DISABILI E NON»
Nella sua prefazione al libro, Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, scrive che la vita di Pistorius ha tutti gli ingredienti di una favola moderna. «Una favola vera», dice Cannavò, «perché varca un confine che sembrava invalicabile».
«Ha perso le gambe a soli 11 mesi, il che significa che ha perso i riti fondamentali della vita: il primo passo, la prima corsa, il primo calcio a un pallone... Eppure, nonostante tutto questo, si è immaginato campione... È una storia che sa di Grazia. E lui un campione lo è davvero, perché strutturalmente è un fuoriclasse, ha una muscolatura eccezionale».
«Mi ha colpito la grettezza di chi ha voluto emettere una sentenza basandosi esclusivamente su un fatto tecnico, cioè le protesi, e lasciando del tutto fuori il fattore umano. Un calcolo davvero stupido: meno male che in seguito è emersa la totale parzialità dei test eseguiti in Germania, che trascuravano del tutto gli svantaggi».
«È un esempio per tutti: per chi ha un handicap e si deprime e per chi ha tutto e spreca la sua fortuna. Ci insegna che quello che la natura ci ha dato è un patrimonio da valorizzare».
Da “Famiglia Cristiana” (anno LXXVIII, N° 27, luglio 2008)
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